Chi pensa che andare a vela significhi solamente sole, mare, isole caraibiche, Polinesia e luoghi simili si sbaglia, esistono altre destinazioni dove la natura è ancora padrona suprema. La rotta classica: navigare intorno al mondo da Est a Ovest sospinti da venti portanti, scoprire la bellezza di magnifiche isole tropicali, incontrare e conoscere i cittadini di un grande “popolo del mare” che si muove lungo queste rotte.La rotta logica: negli ultimi anni sempre più persone con la loro barca decidono di mettere la prua a Sud, ricercare le proprie origini e ritrovare l'armonia con gli elementi della natura in quel luogo chiamato “Mondo alla fine del mondo”. Noi, con questo viaggio, volevamo provare ciò che avevamo solo letto nei racconti dei navigatori del passato: il fantastico Oceano Pacifico del Sud, le grandi onde, le planate degli albatros, i colori e le incredibili atmosfere delle basse latitudini. Tutto ciò viveva nelle nostre menti come fotogrammi rubati da un documentario e vecchie pose scattate da pochi fortunati. Le immagini da noi memorizzate trovano ora riscontro nell'incredibile realtà che stiamo vivendo: una natura possente ci circonda, impressionante nelle sue manifestazioni di grandezza; colline di acqua che si alzano e si abbassano nel grande respiro di un pianeta che ci accoglie nel suo petto… e ci accorgiamo di essere veramente piccoli. Siamo nel Drake, il famigerato canale che separa i due mondi, dove la lunga onda del Pacifico del Sud si sposa con l'Atlantico. A dritta il mitico Cabo de Hornos e a 500 miglia circa dalla nostra prua, giù, a Sud, l'ultimo continente, l'Antartide.
LA PREPARAZIONE
Già due anni fa partimmo da Roma alla volta della Terra del Fuoco con la voglia di andare a esplorare i posti raccontati da Joshua Slocum, Bernard Moitessier, Vito Dumas. Giungemmo a Ushuaia nel gennaio 2002 e rimanemmo incantati dalla bellezza di quei luoghi, decidemmo così di lasciarvi la barca per ritornarvi l'anno dopo. Navigammo intorno a Capo Horn, il Canal del Beagle, visitammo gli splendidi e prorompenti ghiacciai andini nei fiordi dei molteplici canali, ma non bastava: cresceva la voglia di andare ancora più a Sud e quest'anno abbiamo deciso! Si va in Antartide! L'organizzazione andava presa sul serio, pensavamo a quel mese senza poter fare alcun tipo di rifornimento, senza poter avere nessun tipo di appoggio in casa di avaria, dunque, la barca fu preparata con cura. Carte nautiche fotocopiate da alcuni francesi che vi erano già stati, attrezzature di rispetto, medicinali, una ricca cambusa e grazie alle ditte Euronetwork s.r.l. e Sicilmare s.r.l. di Augusta (SR) siamo riusciti ad avere un telefono satellitare Iridium e un Epirb portatile. Importante era anche la lista delle frequenze radio per i bollettini meteo e le carte meteorologiche che riuscivamo a ricevere tramite un piccolo computer portatile interfacciato con la radio SSB. Il vestiario, perché sapevamo di andare incontro a temperature molto basse, la nafta, il kerosene per la piccola stufa, il gas per cucinare, insomma, una montagna di cose che andavano organizzate minuziosamente.
LA BARCA
“Tari II”, uno sloop di alluminio di 13 metri, progetto di Douglas Peterson del 1980. Per questo viaggio è
stato allestito un paraspruzzi in alluminio, il punto di entrata sottocoperta dalla tuga è stato arretrato nel pozzetto e rinforzato, dovuti fermi sono stati messi in opera per le batterie, al motore e a tutto ciò che, nell'eventualità di una scuffia, avrebbe potuto danneggiare lo scafo uscendo dalla propria sede.
L'EQUIPAGGIO
Antonio Guglielmo, skipper e armatore della barca, Eugenio Forcellati e Davide Freschi, co-skipper, Sebastian, un ragazzo argentino che aveva tanta voglia di imparare, e Marino, un omone tuscano di oltre sessant'anni di una simpatia unica.
LA PARTENZA
La nuova avventura inizia a Ushuaia. Già l'arrivo con l'aereo è spettacolare, il Canale Beagle sembra un fiume tra le Alpi e la rada di Ushuaia un lago di alta montagna. Ushuaia stessa è un insieme vivace di case colorate alle pendici di un monte e con un ghiacciaio che la sovrasta. Il buon atterraggio sottolinea la bravura dei piloti che lavorano per le linee aeree argentine, trovandosi spesso a manovrare con venti molto impegnativi. Dopo aver festeggiato il capodanno, trascorsi due giorni di burrasca, abbiamo lasciato Ushuaia il 1° gennaio 2004. In calma di vento abbiamo navigato alla volta di Puerto Williams (isola di Navarrino), sosta obbligata dove viene registrata l'entrata in Cile e si ottiene il permesso per navigare in acque cilene sino all'isola di Horn, tappa necessaria, questa, prima di affrontare lo stretto di Drake. Puerto Williams, a quattro ore di navigazione a vela da Ushuaia è una fila di piccole case di legno abitate da famiglie di pescatori che costeggiano la riva, alcuni negozi, una chiesa, il piccolo porto militare e altre case, quasi tutte dei militari che vi lavorano. Questo affascinante avamposto di frontiera è il centro abitato più australe del mondo, anche se è Ushuaia quella che ama definirsi tale. C'è anche un minuscolo museo che conserva le poche memorie delle ormai estinte tribù Yaghan e Alacaluf. Questo stupendo luogo ci ricorda molto le montagne svizzere.Dopo aver ormeggiato allo Yacht Club Micalvi, quest'ultimo spitato su una vecchia nave militare da trasporto appoggiata su di un basso fondale, siamo felici di aver scoperto i locali doccia sul suo ponte superiore e ne approfittiamo. Un accogliente pub che apre solo la sera è stato ricavato in quella che era la plancia di comando della nave, ed è qui che ci ritroviamo a bere insieme ad altri marinai tedeschi, inglesi e francesi. Come loro anche noi firmiamo e facciamo disegni sul registro del bar, dopo aver sfogliato la sue pagine ricche di disegni e autografi di altre barche ed equipaggi transitati in precedenza. Il 2 gennaio si parte. Mollati gli ormeggi cominciamo a navigare nel Beagle, la temperatura è di 5°C. I banchi di kelp, le alghe che salgono dalla profondità del canale, ci costringono a continui zig zag costeggiando l'isola di Navarrino, prima verso Est poi verso Sud, per addentrarci nella Baia Nassau, prua su arcipelago delle Wollaston. A Nord dell'isola Picton, alla nostra sinistra, il relitto rosso di una nave da carico che trasportava Bibbie, evidenzia il fatto che La natura è sempre la più forte. Il vento, ora debole da NE sui 15 nodi, ci permette di scivolare a sei nodi su questo mare verde scuro, leoni marini e delfini ci accompagnano tra le piccole e rigogliose isole. La carta meteo delle 20.00 dell'Armada Cilena ci mostra due profonde depressioni in avvicinamento, siamo a Nord di Capo Horn e decidiamo di rifugiarci a Caletta Martial, la bellissima baia delle spiagge bianchissime con piccole cascate argentate che scivolano dalle rocce. Qui siamo al sicuro, anche se il forte vento da W-NW costringe la barca in violente alambardate. Il mare è bianco, il vento soffia a 50 nodi e non accenna a calare.
VERSO LA PENISOLA ANTARTICA
Una possente onda lunga comincia a farsi sentire mentre doppiamo il grande Capo, altissimi spruzzi si innalzano dalle onde che frangono sulla mitica roccia. A bordo c'è eccitazione mista a preoccupazione, nessuno di noi è mai andato oltre, il Drake non è più un sogno è un fatto! Siamo in rotta e circa 450 miglia ci separano dall'isola di Deception. Ci teniamo più a Ovest prevedendo un eventuale scarroccio, a poggiare c'è sempre tempo. “Bremen”, una nave proveniente dall'Antartide contattata via radio, ci fornisce la situazione meteo aggiornata in cui si evidenzia l'arrivo di un'altra depressione, ma questa volta siamo in ballo e balleremo.
LO STRETTO DI DRAKE
I
n navigazioni come queste non c'è posto per l'improvvisazione, gli errori non sono perdonati. Sullo schermo del PC i fax meteo si susseguono mostrando un interminabile walzer di depressioni, i Quaranta Ruggenti, i Cinquanta Urlanti e anche i Sessanta sono così superati, entriamo in una dimensione dove la realtà e il sogno si fondono. Ci circonda una surreale atmosfera di smaglianti riflessi, è la purezza estrema dell'ultimo continente. Il 6 gennaio navighiamo sulla piattaforma continentale del Sud America, facciamo conoscenza con un mare potente. Venti medi portanti e navigazione a motore si alternano in questa traversata. L'appetito non è eccezionale, per fortuna nessuno sta male ma per il momento ci accontentiamo di mangiare un po' di frutta e biscotti secchi. Onde lunghe circa 100 metri ed alte dai due ai quattro sono il palcoscenico di Albatros giganti (diomedea exulans) e di Putrelle Da mero (daplion capente) che volteggiano intorno a noi regalandoci momenti estasianti. Gli albatros, meraviglia della natura, con quasi tre metri di apertura alare sfiorano l'acqua alla ricerca di cibo, salgono, scendono, cabrano, picchiano senza mai dare un colpo d'ala, un vero spettacolo. Noi nel frattempo siamo sempre più increduli, continuiamo a segnare punti nave sulla carta nautica. I turni si susseguono con ritmi di due ore fuori e tre dentro. La temperatura interna non è molto accogliente, la stufa, in navigazione con vento fresco, ha un problema di ritorno di aria calda dalla canna fumaria e non funziona. La prima piccola avaria: il rotore del rollafiocco cede e la cima di richiamo della vela si incastra in un groviglio tra il rullo e la sua base di attacco, mezz'ora di lavoro a prua e tutto si risolve. Alle 03.20 dell'8 gennaio il radar ci mostra un oggetto non riportato sulle carte: il primo iceberg! E' un'isola galleggiante di proporzioni enormi, circa tre miglia di ghiaccio davanti a noi che ci costringono a correggere la rotta e a poggiare. Essendo il primo iceberg avvistato sarà il più fotografato. Per lo sbalzo termico, man mano che ci avviciniamo ad esso il vento aumenta fino a 30 nodi. Stiamo tutti in silenzio ad ammirare lo spettacolo, la temperatura è di gia –8°C, la luce è surreale, colori dell'alba e del tramonto che si mescolano con nuvole nere e bassissime, qualcosa di unico. Successivamente gli incontri con gli iceberg aumenteranno sempre di più, diventando una cosa normale. Centinaia di iceberg dalle più diverse forme, opere d'arte scolpite dal mare e dal vento, e balene, uccelli e tutto un mondo che pulsa di vita, in continuo movimento, grazie alla corrente sub-antartica ricca di fito-plancton, essenziale anello della catena biologica. Alle 18.00 passiamo nelo stretto di Boyd tra l'isola Smith e l'isola Snow. Barometro 973 mb, nebbia, mare corto e mosso. 02.40 del 9 gennaio, entriamo a Deception e diamo fondo in Whale's Bay. L'ingresso di questo vulcano è impressionante, stretto, con pareti a picco alte più di 200 metri che, a seguito dell'esplosione avvenuta in tempi remoti, ha generato un enorme cratere divenuto ora un grande lago. Una volta, Wale's Bay ospitava un villaggio, gli equipaggi delle baleniere che lo abitavano raccoglievano il grasso delle balene in grandi silos. In seguito, questo villaggio fu distrutto dall'eruzione del vulcano ancora oggi attivo. Semisommerse dalla cenere lavica troviamo una vecchia lancia, parti delle strutture e degli impianti per la lavorazione dell'olio e qualche costruzione in legno. Oggi sarà una giornata da ricordare, siamo atterrati qui alle Shetland e siamo alle porte dell'Antartide. Festeggiamo stappando una bottiglia di champagne e ceniamo con delle ottime bistecche cotte sulla piastra. Sono le 3 del mattino e la carne argentina è veramente buona. Il 10 gennaio ci spostiamo per andare a visitare le altre baie dell'isola, Pendulum Cove e Telephon Bay, qui il nostro primo incontro ravvicinato con gli unici abitanti del posto: grandi foche che pigramente oziano sulla spiaggia sotto un sole tiepido, vincendo un'iniziale timidezza si lasciano fotografare, ma mostrano una decisa diffidenza quando proviamo ad accarezzarle. Alle 13.00 decidiamo di lasciare l'isola e fare rotta verso Enterprise Island. Il vento è giusto e a vela continuiamo a spingerci verso Sud, entrando nelo stretto di Graham (penisola antartica). Lo spettacolo è inebriante, il cielo è sereno e il sole dipinge gli iceberg che incontriamo con mille colori. E' tale l'entusiasmo di ammirare un simile paesaggio che tutti siamo in pozzetto saltando i turni di riposo decisi in precedenza. 11 gennaio, procediamo sempre con rotta S-SW zigzagando tra gli iceberg di tutte le grandezze e decine di isolotti ricoperti completamente di ghiaccio. Il tempo continua ad essere sereno e la temperatura tra i –5 e i + 10°C. Le balene Corobada ci scivolano sotto la barca spruzzandoci in segno di saluto. Fa veramente impressione veder sfilare sotto lo scafo questi bestioni. Alle 10.30 in posizione 64°12' S – 061°33' W, in una piccolissima baia, ci accostiamo per ormeggiare al relitto di un piccolo cargo semi-affondato. La nave è popolata da simpatici e rumorosissimi uccelli (Gabiotin Antartico – Sterna Vittata) che al nostro arrivo protestano per la visita non anunciata. Il pomeriggio ci trova a spasso con il tender per la Baia di Andword ad ammirare balene che giocano tra loro. Con timore ci fermiamo a guardare e a scattare foto. All'improvviso una balena riemerge a un metro dal gommone, il suo violento soffio ci fa saltare dalla sorpresa e a momenti finiamo in acqua. Riempiamo dei sacchi di neve da squagliare poi in barca per rifornire i serbatoi. 12 gennaio. Barometro 989 mb, vento calm, cielo velato. Lasciamo Enterprise Island alla volta di Paradise Bay, rientriamo nello stretto di Gerlache costeggiando la parte Ovest della penisola Arctowski. Alle 13.00 poggiamo per 168° ed entriamo nello strepitoso Canale di Herrera.
Qui osserviamo ammutoliti un andirivieni di balene (megattera novacanglieae e balaenoptera bonaerensis), pinguini dal becco arancione, foche leopardo (lobodon carcinophaga) e tanti, tanti gabbiani, skua, petrelle. Lo scafo della barca stride passando in mezzo ai piccoli ghiacci con rumori assordanti, ma senza pericolo per la robusta struttura di alluminio. A Paradise Bay esistono due basi, una cilena, dove tre militari si sbracciano per salutarci e via radio ci invitano ad ormeggiare alla loro banchina; l'altra argentina, ormai abbandonata. Decidiamo però di approfittare della luce per proseguire in direzione della base inglese di Port Lockroy. La “luce della notte” ci aiuta a superare gli innumerevoli iceberg grandi e piccoli e attraversiamo il Ferguson Channel, costeggiamo Bruce Island, le Boutans Roks e una volta doppiato il fanale posizionato culle Capstan Roks (64°57' S – 063°31' W) entriamo nel Neumarer Channel, rotta su Lockroy Bay. 13 gennaio, Port Lockroy, visitiamo la base inglese e il suo piccolo museo. C'è anche un piccolo spaccio e rimaniamo stupiti dai prezzi delle cartoline e degli altri souvenir in vendita. Scopriremo in seguito che quello è un luogo di passaggio delle navi da crociera che sbarcano i passeggeri per far ammirare una delle più popolate “pinguinere” di quell'area. Qui alla base studiano l'impatto dell'uomo con la vita animale, in questo caso la colonia dei pinguini. E' meraviglioso vedere come questo buffissimo e simpaticissimo animale riesce a nidificare e a nutrire i suoi cuccioli, addirittura sotto le scalette della trafficata entrata della base. Gli inglesi della base studiano, inoltre, la propagazione delle onde radio nella ionosfera e controllano costantemente i movimenti dell'ormai famoso, purtroppo, buco nell'ozono.
Nella mattinata vediamo ancorare a un miglio a largo della baia il grande piroscafo “Hanseatic”: via radio chiediamo al comandante se ci fa sbarcare la spazzatura e se ci può fornire dell'acqua per riempire i serbatoi. Con nostro grande piacere e meraviglia veniamo invitati a bordo della nave, dopo 20 minuti di sobbalzi con il tender sull'onda corta alzata da un vento teso, veniamo accolti e forniti di tutto ciò di cui abbiamo bisogno: il pane appena sfornato e i dolci erano deliziosi. Grazie comandante Ulf, un vero gentleman del mare. 14 gennaio, ore 09.00, avvisiamo la base inglese e partiamo con un vento da SW sui 15/20 nodi facendo vela verso quella che sarà l'ultima tappa del nostro viaggio nella penisola antartica: le Melchior Islands. Le nuvole sono bassissime, a volte sfiorano l'acqua, il barometro in discesa (985 mb) non ci annuncia niente di buono. Rientriamo nello stretto di Gerlache costeggiando la penisola Parker. Alle 19.30, dopo svariate manovre di ormeggio per i continui balzi del vento, eccoci all'interno del arcipelago delle Melchiorre Islands. Una grande foca grigia sdraiata sulla spiagetta alle nostre spalle ci guarda incuriosita. Il 15 gennaio il barometro indica 974.5 mb in discesa. La carta meteo indica una forte depressione in arrivo nello stretto di Drake: dovremo aspettare il suo passaggio e poi cercheremo di risalire il più possibile verso Ovest, per poggiare in caso di burrasca.16 gennaio, barometro 963.5 mb, nevica, il vento da NE 20/30 nodi ci obbliga ad uscire e con un freddo che spacca le mani; portiamo a terra altre cime per fermare il movimento della barca. Andiamo con il tender per fissare la cima su una roccia adiacente alla spiaggia, ed ecco che… infiliamo la prua del tender nella tana di una foca leopardo, che spaventata dalla nostra intrusione salta fuori dall'acqua mordendo e lacerando il tubolare di prua, ma la paura è stata tanta anche per noi: per poco non finiamo in acqua! Armati di remo siamo pronti a fronteggiare un successivo attacco. Siamo in una posizione non molto comoda: a prua, a circa un centinaio di metri, abbiamo un ghiacciaio che scende nell'acqua con una parete a picco di almeno 80 metri, alle spalle, a una cinquantina di metri, abbiamo rocce e scogli affioranti, non possiamo muoverci molto. 17 gennaio, barometro in risalita e il sole ci fanno ben sperare, è deciso: si riparte alla volta del Drake: si torna a casa. Alle 10.00, con rotta W–NW, lasciamo le isole Melchior tenendoci più a Ovest del meridiano di Capo Horn. L'uscita dall'arcipelago è caratterizzata da grosse onde frangenti provenienti da ovest, che picchiano duro sulle coste delle isole. Il sole illumina il paesaggio, regalandoci sfumature e colori incredibili; alle nostre spalle le imponenti montagne ghiacciate dell'isola di Anvers che pian piano scompare all'orizzonte. E' un momento un po' triste, il tempo a nostra disposizione è quasi finito, ci saremmo fermati volentieri un altro mese. 23.30 il tempo inizia a cambiare, una serie di groppi nerissimi ci investono uno dopo l'altro, il vento gira a SW con salti da 15 a 30 nodi, per risalirlo siamo costretti ad aiutarci con il motore. Fuori è molto freddo, riduciamo i turni a mezz'ora per uno, dentro, la stufa non funziona più per colpa del vento e muoversi è un problema. 18 gennaio, ore 12.30, barometro 995 mb . Nonostante il mare contro riusciamo a mantenere il sopravento rispetto a Capo Horn con una rotta di bussola di 325°. Il vento è sui 20 nodi da Ovest. Contattata via radio Punta Arenas, le previsioni
meteo per i giorni successivinon sono buone: ci aspettano colpi di vento da W-NW con raffiche fino a 40/50 nodi! 20,30 il vento si rimette da Ovest e noi ne approfittiamo per orzare. Rotta busola 280°/290°. Anche se la velocità è bassa (4/5 nodi) preferiamo risalire il vento piuttosto che scadere e andare a finire chissà dove. 19 gennaio, ore 12.30, barometro 968 mb in caduta libera, 27 mb in 24 ore! Posizione 61°28'344 S, 68°18'382 W. La carta meteo e le previsioni di Punta Arenas ci dicono che la depressione di cui si parlava due giorni fa si è fermata, ingrandita e approfondita: ci stiamo infilando dentro. Il vento da Ovest sui 35 nodi e le onde ci obbligano ora a virare e mettere il mare al traverso con una rotta bussola di 15°. All'interno la temperatura è scesa a 5°C, l'umidità è al 95% e si gela, nei turni di riposo ci infiliamo vestiti nel sacco a pelo umido: maledettissima stufa che non funziona. Ore 22.00, barometro 964 mb. Il Drake ora sta facendo sul serio, le enormi colline di acqua a gruppi di 4-5 alla volta ci vengono incontro correndo, e talvolta frangono sulla barca; le raffiche toccano i 40 nodi e le creste delle onde iniziano a rotolare su se stesse. Il pilota a vento si alterna a quello elettrico permettendoci di stare quasi all'asciutto sotto la cappottina di alluminio, almeno questo! 20 gennaio, ore 08,00, barometro 977 mb in risalita. Vento da Ovest 40 nodi con raffiche che toccano i 50! Il mare è grosso con onde di un'altezza difficile da quantificare. Qualche frangente ogni tanto colpisce la barca sdraiandola, uno in particolare alle 10.00 ci ha fatto scuffiare facendo saltare libri, paioli, ecc. la barca all'interno è un caos. Ore 12.00, il vento cala e ci rimettiamo in rotta per 310° con l'ausilio del motore. Alle 20.30 ci accorgiamo che lo strallo di trinchetta si sta rompendo e la momentanea relativa calma di vento ci dà l'opportunità di sistemarlo e riempire i serbatoi della nafta.21 gennaio, ore 12.00, barometro 987 mb di nuovo con tendenza a scendere. Vento N-NW 20/30 nodi. Buliniamo sempre con randa e motore alla conquista del Nord. La barca salta e scala queste grosse onde, dentro è un inferno, è impossibile fare qualsiasi cosa, anche stare sdraiati e provare a dormire, iniziamo a sentirci stanchi. Fortuna che riusciamo sempre a mangiare e quindi a tenerci in forze. Ora le guardie si fanno con la cintura di sicurezza. Ore 22.00, il vento ricomincia a soffiar forte, stabile sui 40 nodi con raffiche oltre i 50. Il risalire di latitudine ci fa ritornare il buio della notte e l'ansia del frangente invisibile. Si sente il boato e si intravede il bianco della schiuma, la coperta è spazzata in continuazione dalle onde, lo spettacolo di questo mare tempestoso è superlativo. 22 gennaio, ore 08.00, barometro 983 mb, posizione 57°50'627 S, 67°27'886 W. Cappa secca! Ce ne andiamo tutti a dormire mentre fuori il vento urla furiosamente. Dopo quasi cinque ore ci rendiamo conto di aver scarrocciato per 30 miglia verso SE, diamo un po' di tela per ricominciare a guadagnare un po' di longitudine e latitudine. Andare al bagno è un gioco da equilibristi, mangiare è un'impresa. 23 gennaio, settimo giorno di navigazione, ore 04.30, il vento è calato a 20 nodi, le creste non frangono più e si riprende rotta a 355°. Stiamo costeggiando la piattaforma continentale a sole 86 miglia da Capo Horn. 06.30, allarme! La sartia bassa di babordo si sta sfilacciando e l'antenna filare dell'SSB si è strappata e si sta arrotolando come un boa intorno alle drizze all'altezza della testa dell'albero. Immediatamente viriamo e togliamo la randa. Dopo svariate acrobazie di Davide sull'albero, che gli procurano parecchi lividi, si recide l'antenna e si sostituisce la sartia con uno spezzone di catena da 10 millimetri e un tenditore. Siamo tutti stanchi, sporchi e un po' avviliti per queste continue avarie. Sette giorni trascorsi a bulinare, sbandare, sbattere, a dormire male, con turni di guardia massacranti. Turni che spesso non sono stati rispettati a causa degli allarmi per i groppi, le riduzioni repentine delle vele dove tutti erano chiamati in coperta. Ore 16.50, terra! L'Isola di Horn al nostro mascone di sinistra. Ore 22.50, entriamo nell'arcipelago delle Walleston, contattiamo con il VHF la postazione della Marina Militare Cilena di Capo Horn comunicando rotta e destinazione e riceviamo il primo benvenuto. 24 gennaio, siamo nel Paso Picton, con gioiosi delfini e leoni marini che volteggiano intorno alla barca per darci il bentornato. Ore 5.15, ormeggiamo a Puerto Williams alla nave “Micalvi”. 25 gennaio, dopo aver passato la notte a bere e brindare all'interno del pub sulla nave, torniamo a Ushuaia, la giornata è stupenda. Calma di vento e di mare. E così finisce il nostro viaggio, ci guardiamo intorno attoniti:cosa è stato? Un sogno? Un'avventura? Non sappiamo rispondere ma una cosa è certa: siamo andati in Antartide, siamo stati in un meraviglioso continente, un'altra dimensione, forse l'unica parte del pianeta ancora incontaminata. Un'esperienza unica, seppur breve, che ci ripromettiamo di ripetere al più presto. Un ringraziamento alla ditta Euronetwork di Massimo Ferreri che con il suo telefono Iridium ci ha permesso un continuo contatto diretto con i nostri cari e l'acquisizione delle previsioni del tempo quando le trasmissioni delle carte meteo non erano possibili.